domenica 12 aprile 2026

De paraíso a ferida aberta: o Brasil que se autodestrói

 


Seria bonito acordar em um Brasil com, talvez, não mais de 100 milhões de habitantes. Aquelas pessoas simples que ainda se encontram nas pequenas cidades, tirando do caminho aqueles que, nascidos nas periferias das grandes cidades, acabaram se tornando verdadeiros canibais, vendo na violência a sua única saída e para os quais não há redenção senão no outro mundo.

Não está melhor a classe média e rica dessas cidades: são, na maioria das vezes, pessoas alienadas, que encontram satisfação na bebida, nas drogas ou buscando um falso Deus em novas religiões feitas de pregadores que enriquecem, enquanto seus líderes vivem no exterior.

Esses, talvez, são os que mais me entristecem, porque muitas vezes são pessoas que estudaram, viajaram, mas que, ao se verem encurraladas em um país que te obriga a viver na violência, sem futuro, em um processo de embrutecimento cultural e social, passam a ver nessas pseudo-religiões — ou seitas — o único caminho para aliviar o peso do fracasso e da ausência de um futuro digno para filhos e netos.

Sim, é muito triste ficar à janela e ver o lugar onde se nasceu se desfazer. Fecho os olhos e choro ao imaginar o Rio como era há apenas cem anos, sem seus horríveis edifícios e favelas. As belas cidades coloniais e a natureza maravilhosa de um país que deveria ser um paraíso na Terra.

Não se escandalizem diante do vocábulo “favela” os muitos “sensíveis” que insistem em substituí-lo por “comunidade”.
Não são as palavras que mudam a triste e visível realidade desses lugares.

Certamente a maioria dos brasileiros não sabe, mas o termo deriva do nome de uma planta espinhosa que crescia onde os soldados brasileiros a conheceram durante a Guerra de Canudos.

Ao retornarem ao Rio, foram-lhes atribuídos terrenos e aquela área passou a ser chamada Morro da Favela.
Como surgiram assentamentos sem qualquer planejamento, o termo acabou por identificar os bairros pobres.

E, com certeza, eram bem mais “humanos” do que os esgotos a céu aberto e a total ausência de qualquer forma de civilização, realidade que ainda hoje se mostra, sem vergonha, em todas as favelas do Brasil.


Pasquino: c’è da piagne

 Basta, non se ne può più. Tutti a dare addosso a Roma, ai romani. Prima di farlo, lavatevi la bocca con acqua e sapone — e magari profumatela — prima di pronunciare “Roma” e “romani”.

Ma di chi parlate? Lo sapete che di romani veri ce ne sono pochissimi? Più di un milione e mezzo di abitanti discende da chi è arrivato in città dopo il 1870, con l’Unità d’Italia. Roma, con questo ricambio di popolazione, è stata contaminata, e la sua anima più pura è ormai quasi sparita.

Quasi nessuno sa parlare il vero dialetto romano, e pochissimi riuscirebbero a leggere di un fiato — e a capire — i vocaboli usati da Pascarella o da Belli. E più sono cafoni e burini, magari solo per essere nati a Roma, più si riempiono la bocca di “romanità”.

Andate retro, Satanassi. Avete sfregiato la città, l’avete contaminata con i vostri costumi, i vostri usi. Ormai mangiare la vera cucina romana è come cercare un ago nel pagliaio. Scomparsi la battuta, la goliardia, quell’allegria che aleggiava in ogni angolo dell'antica città, quei rioni che traboccavano di un popolo ironico, a volte fatalista, e con uno squisito gusto per il bello e la maestosità. 

Basta con questo blablabla: siete emigrati e non sapete minimamente cosa sia l’animo del vero romano. Non mettetevi medaglie che non vi appartengono.

La statua del III secolo a.C., che dal XVI secolo fa parte delle cosiddette “statue parlanti” — quelle che sbeffeggiavano i potenti di turno — vi guarda in silenzio, tanto è schifata dalla vostra prosopopea.


venerdì 10 aprile 2026

Tra bisogno e paura: l’Amore oggi

 




In portoghese il vocabolo è più forte: rechaçar significa respingere.

Vorrei scrivere di quanto sia strano l’essere umano. Molti hanno sofferto per un’infanzia in cui sono mancati affetto, gentilezza, sicurezza da parte dei genitori. Ad altri, invece — forse alla maggior parte degli adulti — è mancato un Amore sincero, puro, paritario. Perché troppo spesso questo sentimento è camuffato da interessi di ogni genere: attrazione fisica, qualcuno da spennare, il bisogno di dimostrare di avere un partner per non sembrare incapaci di relazionarsi, e altre quisquilie.

Eppure ci sono anche quelli che si spaventano davanti a un sentimento profondo.

Viviamo di troppa psicologia e di poca letteratura — e con questo intendo quell’educazione che questa nobile arte sa consegnarci. Certo, nelle grandi opere troviamo, oltre all’amor cortese, anche le grandi tragedie. Nonostante ciò, per rimanere umani dovrebbe esserci la necessità, la voglia, di condividere la nostra esistenza con chi sappia vedere in noi l’irripetibilità della persona — e, a nostra volta, ricambiare. Perché si è davanti all’incontro di un valore raro, prezioso.

Al contrario, si vive nel consumismo delle relazioni: uno o l’altro non fa differenza. Il batticuore dura finché non si firma un contratto o finché non appare qualcosa di meglio.

La cosa più triste è che, anche quando alcuni lo trovano, il cinismo che permea i nostri tempi finisce — per paura del fallimento o della sofferenza — per respingere l’Amore vero.

Bisognerebbe chiedersi se depressione, ansia e tristezza non siano, in fondo, molto più dolorose.

Non sempre siamo pronti a ciò che desideriamo.

Amore e Psiche, Antonio Canova (1757–1822): Amore risveglia Psiche con un bacio, dopo il sonno mortale causato dalla sua disobbedienza a Venere.

lunedì 6 aprile 2026

Nazionale fuori dai Mondiali: lo specchio dell’Italia

 

                                                                                                                                                                       Non è il calcio. È il risultato di decenni di degrado.    





Al comando del Belpaese, per decenni, abbiamo avuto un’accozzaglia di democristi e sinistri che, per governare, si mettevano d’accordo favorendo i loro vassalli.

Così si sono allargati come una metastasi nella società: mettendo i loro accoliti nelle università e nelle scuole, negli ospedali i loro baroni con figli e amici fidati; i tribunali si sono riempiti di emuli di Torquemada, il grande inquisitore, e di giovani Robespierre che, come il loro mentore, hanno imposto un periodo del Terrore, mettendo fine alla Prima Repubblica.

Dietro questi filoni di potere si muovevano spavaldi i sindacati, che giorni sì e giorni no imponevano scioperi, costringendo la migliore industria italiana a scappare, spesso oltreoceano, iniziando dalla Fiat nei primi anni ’70.

Era il loro modo, da giannizzeri, di imporre ciò che i loro padroni politici comandavano: fedeli a tutto, tranne che ai lavoratori.

Da qui nasce una Seconda Repubblica con un tumore in espansione, non più localizzato ma mosso solo dalla smania del denaro e dallo svilimento della popolazione italica, sempre più corrotta e pigra.

In questo contesto emerge un imprenditore che, rimasto senza la spalla del defunto partito socialista, si allea con un nascente partito che vuole liberare il Nord dai parassiti e con un piccolo partito di destra.

Vincono le elezioni, ma non riescono mai a portare a termine il mandato: i nipotini degli antichi potentati, cambiati solo nei nomi dei partiti, a suon di magistrati fanno cadere ogni governo eletto.

E così si va avanti.

Tra pagliacci toscani e avvocati che hanno svuotato le casse dello Stato per fare beneficenza a chi non ha mai voluto studiare o lavorare, inventando leggi che regalavano denaro con il pretesto di rilanciare l’edilizia, arricchendo i soliti furbacchioni.

Non solo: con un “decreto rilancio” si riesce perfino a salvare il padre della compagna dalle patrie galere.

E poi arriviamo al primo governo guidato da una donna che non ha dovuto svendersi per arrivare ai vertici del paese, che ha lottato e vinto dentro un partito di destra pieno di marpioni, ma che viene osteggiata soprattutto da invidiose e screanzate donnole sinistre.

Il paese rischia di cadere di nuovo nelle mani di un’accozzaglia di partiti formati da personaggi di questo tipo, e da chi sarebbe solo uno sfregio immaginarla a capo di un governo.

La domanda viene spontanea: il popolo dorme?

No, signori.

Il popolo, per metà, è figlio della corruzione dilagata negli ultimi 60/70 anni.
Quel popolo produttivo, fantasioso, genuino, bonaccione e allegro è diventato aggressivo, iracondo, stressato, livido.

Guarda casa d’altri, rosica, e quando non riesce a ottenere ciò che vuole, desidera distruggere.

È immerso in una melassa di buoni propositi, nel buonismo peloso, nel desiderio di ricchezza facile — e si vende per nulla.

Molte famiglie ne pagano il prezzo: separazioni, divorzi, madri che si vendono per ottenere benessere attraverso i figli.

Eppure, per fortuna, qualcosa resiste: le tradizioni.

Direte: cosa c’entra tutto questo con il calcio e l’esclusione degli Azzurri dai Mondiali?

C’entra eccome.

Le ricadute della corruzione arrivano ovunque.

Se un paese si è trovato impreparato perfino durante il Covid, volete che non accada anche nello sport?

A capo della Lega calcio, un potentato che muove milioni, si sono alternati presidenti di ogni tipo: alcuni di livello, altri di infimo ordine.

Politici, commissari, giochi di potere: i club non trovano mai un accordo, troppo impegnati a spartirsi i diritti televisivi.

Si ricordano della Nazionale solo quando fallisce.

Per il resto conta solo il profitto.

I Mondiali durano poche settimane.
I loro interessi, anni.

E allora date pane agli idioti, che fanno a botte per 22 uomini in mutande che inseguono una palla.

Gli stessi che votano di pancia, senza pensare, solo per essere contro qualcuno.

Non importa se la politica è buona o cattiva.

Il problema non è solo la mancata valorizzazione dei giovani italiani o la dipendenza dagli stranieri.

È la logica del profitto che domina tutto.

Eppure esiste un’altra Italia.

Quella legata alla cultura, alla tradizione, alle città d’origine.

Non quella finta di chi si sente romano senza esserlo, e questo vale per tutte le grandi città.

Le migliori persone sono quelle dei piccoli borghi, che resistono al consumismo e al “così fan tutti”.

Lo vediamo nello sport.

Atletica, sci, nuoto, tennis, canottaggio, scherma: un’esplosione di talenti.

Giovani veri, provenienti da tutta Italia.

Nessuna corruzione.
Nessuna falsità.

Da qui bisogna ripartire.

Dal merito.
Dal sacrificio.
Dalla memoria.

Perché chi ci ha preceduto ha vissuto guerre, distruzione e rinascita per costruire una nazione libera e forte.

Ora tocca a noi.

E serve una cosa sola:

rivoltare questo paese come un calzino, senza permettere alla gentaglia di avere la meglio.

lunedì 23 marzo 2026

Putin verso Trump





Putin verso Trump

Certo, nessuno dei due “vale bene una messa” — per dirla con Enrico IV di Francia, per il quale Parigi valeva una messa.

Uno stravede per il potere.
L’altro per il dio dollaro.

Detto questo, è come mettere a confronto chi ha studiato Caterina I di Russia, zarina, e chi si nutre di carovane e dell’epica del Far West.

Se devo stare su una zattera, preferisco la compagnia di chi ha letto Fëdor Dostoevskij piuttosto che di uno che mi parla di palline da golf.

Con uno ho qualche probabilità di salvezza.
L’altro attenderebbe l’arrivo dello zio Sam — magari lo stesso che, durante la Guerra del 1812, forniva carne all’esercito. Vi rendete conto chi sono i loro eroi?

Stiamo freschi.

Comunque, finché li usiamo come carne da cannone, parandoci il deretano, continuiamo pure a far finta che lo zio Sam sia Superman.




Ne avevo già parlato qui "Russia: il minore dei mali" e qui "Obama o Putin: non esistono i buoni, Russia e America senza illusioni.



venerdì 20 marzo 2026

Si ricomincia!



Bentrovati

Devo ringraziare alcuni amici e soprattutto tanti sconosciuti che, con le loro email, mi hanno dato una spinta per ricominciare.

In tutti questi mesi mi sono domandata più volte se valesse la pena continuare con Basta e, alla fine, ecco prendere il via Bastablablabla.

Il nuovo sito è un’alleanza tra persone accomunate dal rispetto e dalla coerenza verso taluni ideali, considerati da molti tradizionalisti e populisti, dall’amore per la propria patria e dalla tenace difesa della millenaria cultura occidentale.

Non ci interessa raggiungere chi ha il baricentro spostato verso altre idee, né tantomeno difendere quanto pensiamo e scriviamo.

Nasciamo per restare uniti tra simili.
Per supportarci.
Per sentirci meno soli.

Non ho mai creduto nella comunità e nella comunanza, termini spesso abusati e utilizzati dai furbi per fare le scarpe a persone ingenue o troppo oneste.

Chi mi ha seguito sa che scrivo di getto, senza troppi ghirigori.

Scrivo quando ribolle la rabbia verso i furfanti, i mistificatori, i buonisti, i troppi bipedi idioti.

Scrivo anche per le anime belle: i nostri giovani, spesso sballottati tra onde impetuose.

E a volte scrivo semplicemente per togliermi alcuni pesi dal cuore, o sassolini dalle scarpe.

Ecco, Bastablablabla sarà soprattutto un sito di sentimenti mai assopiti.

Ringrazio il mio professore Antonio Allione, a cui devo la passione per la letteratura, l’arte, la storia e la filosofia.

L’ho conosciuto quando ero poco più che bambina: non era anziano, ma molto disilluso.

Si scusava con me per questo, ma sottolineava il suo desiderio di essere se stesso e, augurandomi un futuro sereno, diceva che per lui le cinque cose importanti fossero: un buon whisky, le sue sigarette Gauloises senza filtro, un libro, della musica classica e il caldo amore di una donna.

Ringrazio Maurizio Liverani, regista, giornalista e scrittore, che ho seguito fin da giovanissima.

Devo a lui la forza di essere coerente con le mie idee e di non piegarmi mai alle allodole che, in cambio di una diversa visione, mi avrebbero permesso di scrivere su grandi giornali.

Liverani è vissuto ai margini perché uomo onesto e non si è mai venduto, come la maggioranza dei giornalisti che hanno usato come trampolino di lancio partiti, sindacati o associazioni di sinistra.

Non era permesso avere altre idee: bisognava schierarsi e giammai contraddire.

Ringrazio la mia famiglia: nonno fascista, nonna socialista; papà comunista e mamma monarchica; marito e suocero, grande amore, utopisticamente desiderosi di un’anarchia liberale.

Impari che tutte le idee hanno un che di buono.
Nessuna è perfetta.

Tuttavia ognuno deve avere la libertà di manifestare il proprio pensiero.

Per questo continua questo blog.

La dea Spes, raffigurata in una moneta di epoca romana, era una giovane donna che incedeva sollevando l’orlo della sua veste e nella mano destra aveva un bocciolo di fiore.

La preghiamo di darci forza in questo periodo particolarmente tormentato.

Bentrovati, amici.

lunedì 10 febbraio 2025

Maurizio Liverani in memoria

 

A quattro anni di distanza

Sono passati quattro anni.
Lo voglio ricordare così: attraverso i suoi aforismi.
Colpiscono ancora, per lucidità e saggezza.

"La tv si ostina a proporre costosi e fatui intrattenimenti."

"L'italiano diventa sempre più apatico facendo sua la sentenza: nulla è più reale del nulla."

"L'ideale dei nostri giorni è essere scambiati per ciò che non si è."

"Si vive in una malafedocrazia, cioè nell'inganno."

E io aggiungo: mettendo in vetrina una parodia di se stessi.
A questo servono i social.

Nemmeno io sopporto i “progressisti”.

Uomini, donne — e soprattutto alcune donne — che vendono anima e corpo per vivere il benessere della gauche-caviar, fingendosi femministe mentre vengono mantenute da portafogli altrui.

Guarda caso, si accasano quasi sempre con uomini molto agiati.
Mai con proletari.

"La nausea della vita."
"La disistima per la vita nel suo insieme."

E come potrebbe essere altrimenti?

Noi poveri sensibili dementi siamo circondati da nani e ballerine.
Ed è difficile combatterli, perché:

"Mutano l'apparenza continuamente."

"Chiamare gli italiani un popolo libero è una bestemmia."

Me ne rendo conto da quando vivo all’estero.

"È incredibile che un paese come l'Italia creda ancora che il suo avvenire sia in questa burla dell'UE."

"L'attuale cristianesimo è oggi spoglio del trascendente a vantaggio dell'immanente."

"Il torto dell'Occidente è di aver sottovalutato il rancore dei fanatici."

"Solo chi crede fermamente in un Dio è capace di odiare, come quei pacifisti disposti a passare su un mucchio di cadaveri pur di imporre la loro idea di pace."

Si sente ancora la forza delle sue idee.
E la sua lungimiranza, in frasi scritte anni fa.

Mi colpisce quando scrive:

"La liberazione dai mali del mondo non può avvenire in assenza della fede."

Non credo intendesse una religione specifica.
Piuttosto una fede come intuizione, come luce che illumina non tanto la verità, ma la nostra ignoranza.
Senza quella, non indagheremo mai il Mistero.

Spero che "l’eternità non si sia rivelata un’illusione", anche se lui stesso temeva che:

"Nell’aldilà ci attendesse un supplemento di caos."

Io, invece, lo immagino sopra di noi.
Stupefatto. Sereno.

Non potendo più leggerlo, gli pongo domande.
E immagino le risposte, sperando non siano troppo lontane dal suo pensiero.

Concludo con le sue parole:

"La migliore dimostrazione di saggezza è riconoscere e afferrare al volo il momento decisivo."

Forse è proprio questo il punto.

Cogliere il momento.
E vivere ciò che resta — gioiosamente.

È un dovere verso noi stessi.

Ricordiamolo con un sorriso.
Vive. E vivrà nei suoi scritti.