mercoledì 8 luglio 2026

Il re è nudo: perché continuiamo a credere alla propaganda


I vestiti nuovi dell'Imperatore di Vilhelm Pedersen
I vestiti nuovi dell'Imperatore di Vilhelm Pedersen
Questi giorni mi è tornata in mente la favola "Il re è nudo" e ci sono  diverse situazioni nelle quali questa metafora calza a pennello.

Il primo esempio eclatante, che richiederebbe il bambino capace di vedere la nudità del re mentre tutti applaudono il suo inesistente vestito, è Donald Trump.

Vedete, anche condividendo alcune sue idee, come il fatto che uno Stato abbia il diritto di proteggere la propria cultura e la propria tradizione, impedendo che vengano stravolte da orde di persone provenienti da Paesi le cui società non hanno attraversato, volutamente o per incapacità, un processo di democratizzazione, di separazione tra religione e Stato e dove, soprattutto, sensibilità, gusti e costumi sono profondamente diversi, il personaggio rimane quello che è.

Quindi sì, questo signore ha ragione quando dice no all'invasione di Paesi che i millenni hanno contribuito a forgiare.

Certo, ci si domanda che cosa avessero in comune le persone che arrivarono nei Paesi del Nuovo Mondo. Avventura, fame. Le Americhe e l'Oceania, in fondo, erano abitate da popolazioni che vennero scalzate con la forza dai nuovi arrivati. Erano territori immensi e scarsamente popolati; i nativi erano più fragili e arretrati rispetto ai colonizzatori, meglio armati e fortemente motivati. Ma nulla dava il diritto di sterminarli.

E questo ci riporta al nostro personaggio.

Ha ragione nel puntare il dito contro il pericolo: chi arriva da fuori può minacciare gravemente la stabilità e perfino la sopravvivenza della popolazione locale. È una costante della Storia millenaria e l'essere che chiamiamo uomo porta radicato nel proprio DNA l'istinto del predatore più aggressivo del pianeta.

Ma il punto non è Trump. Il punto è il Re nudo. Trump è soltanto l'ultimo personaggio che interpreta quella parte.

Sarebbe una macchietta da commedia se non fosse nato in un Paese che permette a chi possiede determinate capacità – senza entrare nel merito che siano positive o meno – di diventare ricco e potente. E questo soggetto lo è diventato.

Come tutti coloro che raggiungono il potere, ha una corte di persone che da lui hanno tratto vantaggio e che, finché resterà sul trono, lo difenderanno a spada tratta.

La Storia insegna.

Un tempo c'erano vassalli e valvassori che dal potere traevano beneficio; poi ci sono sempre stati i leccaculo che sperano di raccogliere qualche briciola. Nei tempi moderni si è aggiunta la propaganda, capace di amplificare, nel bene e nel male, le politiche di chi governa.

Così, a seconda di ciò che ognuno pensa di ottenere in cambio, fosse anche soltanto il piacere di vedere un determinato personaggio cadere o trionfare, si finisce per parteggiare come nelle arene del Colosseo.

Ma il re nudo non è soltanto Trump. Pensiamo a Gianni Infantino, presidente della FIFA dal 2016. A lui, probabilmente, della vergogna planetaria importa ben poco. Il suo conto in banca gli permette d'infischiarsene delle critiche e della figuraccia. Avrà sempre qualcuno pronto a fargli da guardaspalle; qualche briciola continuerà a cadere anche su coloro che gli sono rimasti fedeli, come è accaduto ai tanti che finora ha lautamente favorito. Magari perfino a quegli stessi giornalisti che oggi lo criticano, o a molti di quelli che aspettano soltanto il momento giusto per assestargli una zampata, vedendolo finalmente in ginocchio.

Torniamo al Re nudo.

Pensate davvero che tutti coloro che circondano Trump, governi e istituzioni straniere, siano ciechi e non conoscano perfettamente il personaggio?

Pensate davvero che abbiano bisogno di un bambino che gridi: «Il re è nudo!»?

No.

Ognuno gioca la propria partita con l'obiettivo di portare a casa un pezzetto di marzapane. Del resto, difficilmente potrebbero comportarsi diversamente: stiamo parlando del capo di una nazione potente, sia economicamente sia militarmente.

Noi, invece, piccole formiche, possiamo blaterare, applaudire oppure irridere. In realtà contiamo quanto il due di picche quando comanda bastoni.

Siamo noi a essere ridicoli quando abbiamo bisogno di un bambino che ci ricordi che il re è nudo.

E se ridevamo perché quel re non ci piaceva, dovremmo anche domandarci quanti altri re continuiamo ad applaudire senza accorgerci che sono altrettanto nudi.

È necessario fare buon uso, nei nostri Paesi del Vecchio Mondo, dell'eredità che i nostri antenati ci hanno lasciato, frutto di sangue e immensi sacrifici.

Dobbiamo evitare di cadere nella trappola che ci vuole consumatori non soltanto di beni superflui, ma anche di idee che minano il nostro benessere e la nostra sicurezza.

Basta sentirci dei privilegiati. Nelle nostre vene scorre lo stesso sangue di chi ha combattuto per portarci fin qui.

È un tradimento nei loro confronti buttare tutto all'aria per le belle parole di governanti e religiosi che girano nudi e noi non ce ne accorgiamo perché abbiamo gli occhi bendati. 

Informarsi, controllare, verificare. Non lasciarsi prendere per mano dall'informazione e dalla propaganda, che ci vogliono sottomessi ai potenti mentre questi continuano a ballare e gozzovigliare sopra le nostre teste. Sulla democrazia abbiamo già scritto in Democrazia e pensiero critico.

Nulla mi toglie dalla mente che, tra loro, si conoscano molto bene e sappiano perfettamente come portare acqua ciascuno al proprio mulino.

 - Rossana vanderBorg

lunedì 6 luglio 2026

Perché la società è sempre più sola, aggressiva e infelice


La Sibilla Cumana del Domenichino

E se, per tentare di risolvere i problemi della società attuale, non servissero psicologi, influencer, guide spirituali o politiche, ma bastasse capire fino in fondo cosa intendesse Alexis de Tocqueville quando scriveva che alcuni uomini sono così innamorati dell'uguaglianza da preferire essere uguali nella schiavitù piuttosto che diversi nella libertà?

Il pesce puzza dalla testa. Tuttavia, nelle democrazie occidentali gli elettori non possono essere completamente assolti dalle proprie responsabilità. 

Prima di essere elettori si è cittadini, persone cresciute in famiglie dove, nella maggior parte dei casi, non sono mancati i diritti fondamentali: sanità, scuola, sicurezza personale, un tetto sopra la testa e un piatto in tavola.

È vero, le famiglie sono sempre meno unite, attraversate da crisi d'identità, sempre più sole e bombardate da una pubblicità invasiva che non si limita più a suggerire quale detersivo usare per la lavatrice, ma pretende di decidere anche cosa pensare, contribuendo a stravolgere la sicurezza dei Paesi e a mettere in discussione leggi naturali e principi di buon senso.

Il tutto per arricchire potenti che, come novelli re Mida, usano e abusano della loro ricchezza, acquistano politici, influenzano governi e li manovrano come burattini, naturalmente in cambio di altro potere e di lauti profitti.

Una volta la famiglia rappresentava un rifugio dove trovare sostegno nei momenti difficili. 

Oggi, troppo spesso, è diventata un luogo di continue rivendicazioni, dove ciascuno reclama i propri diritti.  Così cresce la solitudine, perché vengono meno i legami autentici. Si può essere soli anche seduti allo stesso tavolo o sdraiati nello stesso letto.

L'incapacità di ascoltare nasce da presupposti più profondi. La cultura della libertà sessuale ha finito, in molti casi, per confondere attrazione e amore. 

Non si ha più difficoltà ad avere rapporti intimi senza provare un sentimento profondo, senza condividere quella comunione di anime che rappresenta il vero collante di una relazione destinata a durare una vita. 

A legare, troppo spesso, sono il benessere materiale e l'interesse personale, mentre amore, gratitudine, spirito di sacrificio e disponibilità ad aiutarsi reciprocamente passano in secondo piano.

Ed ecco che fa capolino anche all'interno della famiglia quell'ossessione dell'uguaglianza che alimenta litigi e cattivo umore. 

Perché quando c'è un sentimento autentico non si vive con il bilancino in mano: nessuno misura continuamente quanto dà e quanto riceve. E qui non si parla di beni materiali, che ormai sembra l'unico collante. Quando c'è l'amore tutto nasce spontaneamente. 

«Amare è trovare la propria felicità nella felicità di un altro», scriveva Gottfried Wilhelm von Leibniz.

Tornando all'infelicità odierna, si è arrivati a ciò che Tocqueville aveva intuito quasi due secoli fa: una società nella quale l'uguaglianza è diventata un'ossessione. Non l'uguaglianza davanti alla legge, fondamento di ogni democrazia, ma quella dei desideri, delle ambizioni, dei risultati e perfino delle capacità.

Una società dove ognuno rincorre la propria ossessione. Può essere l'automobile nuova, il viaggio nel luogo esotico del momento, il rifarsi le labbra, il seno, il trapianto dei capelli o l'ultimo simbolo di successo imposto dalla moda. 

Ma questi sono soltanto i sintomi. Il problema è molto più profondo: si vive costantemente confrontandosi con gli altri, incapaci di accettare che ogni individuo abbia talenti, limiti e percorsi diversi.

Da qui nasce anche il progressivo deterioramento dei rapporti umani. 

Se tutti devono avere tutto, essere tutto e apparire tutto, chiunque abbia qualcosa in più diventa un problema. Il successo altrui non è più uno stimolo, ma un'offesa personale.

La bellezza provoca risentimento, l'intelligenza suscita sospetto, la ricchezza alimenta rancore, perfino la felicità degli altri diventa insopportabile.

L'invidia, un tempo considerata uno dei vizi capitali, viene ormai mascherata da rivendicazione sociale. Non si desidera migliorare sé stessi, ma ridimensionare chi è riuscito a fare meglio. 

Si preferisce abbassare chi emerge piuttosto che elevarsi con il proprio impegno.

È questa la trappola peggiore dell'uguaglianza: anziché lavorare sul proprio miglioramento, si fa di tutto per abbassare il livello degli altri.

Quando questo modo di pensare diventa collettivo, inevitabilmente si perde anche il senso civico. Se il prossimo è visto come un concorrente, perché rispettarlo? Perché fare la fila? Perché cedere il posto a un anziano? Perché non gettare una cartaccia a terra, parcheggiare dove capita o approfittare di ogni situazione? 

Se conta soltanto il proprio interesse immediato, il senso civico scompare e rimane soltanto una somma d'individui in continua competizione.

È così che cresce un'aggressività silenziosa, fatta di piccoli gesti quotidiani: una risposta arrogante, un insulto sui social, una prepotenza nel traffico, un sorriso negato, una mano che non si tende più.

La violenza raramente nasce all'improvviso; quasi sempre è il punto d'arrivo di un lento deterioramento morale.

Questa realtà è sotto gli occhi di tutti, ma si preferisce fingere di non vederla, proprio come nella favola del Re nudo. La speranza è che, prima o poi, ci sia ancora un bambino capace di gridare la verità in mezzo alla folla.

Si esce ogni mattina, o perfino si va in vacanza, con l'elmo del guerriero, vedendo in ogni persona un avversario, un rivale o un nemico.

Ma non sarebbe meglio fermarsi un momento, farsi un sincero esame di coscienza e tornare con i piedi per terra?

Imparare a vivere secondo le proprie possibilità, non soltanto economiche, ma soprattutto umane. Accettare i propri limiti e comprendere una verità tanto semplice quanto scomoda: non siamo tutti uguali.

Ed è una fortuna.

Perché il mondo sarebbe di una noia mortale se fossimo tutti identici, con gli stessi desideri, le stesse capacità, gli stessi caratteri e le stesse aspirazioni. 

La diversità è il vero sale della vita. Non quello chimico prodotto nei laboratori, ma quello marino, estratto da un mare ancora incontaminato.

Il vero problema è che stanno diminuendo gli uomini liberi, mentre aumentano quelli che misurano il valore della propria vita confrontandola continuamente con quella degli altri.

Forse, però, una speranza esiste.

Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e uno fra i fondatori dell'analisi, sopravvissuto  ai campi di concentramento nazisti, dove ha perso tutta la sua famiglia, ci ha lasciato una delle riflessioni più profonde sulla condizione umana. Riprendendo un pensiero di Friedrich Nietzsche, scrisse:

«Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.»

Quel perché, però, deve essere autentico. Non un'illusione costruita dalla pubblicità, dalla ricerca del consenso o dal confronto continuo con gli altri. 

Deve nascere da valori reali, da affetti sinceri, dall'amicizia, dall'amore, e dalla consapevolezza che la felicità non si misura con il metro del confronto.

Questo è il naturale proseguimento di quanto trattato su Ai poveri non servono gli psicologi e su Amore e relazioni:tra paura, consumismo e incapacità di amare davvero.

- Rossana vanderBorg

venerdì 26 giugno 2026

Ai poveri non servono gli psicologi

Una novella di Decamerone di  John William Waterhouse
Una novella del Decamerone
di John William Waterhouse  

     Sul momento sembrò soltanto una battuta quella pronunciata da una persona che si occupava del giardino e dell’orto della nostra casa in Brasile.

   Quando chiesi al signor José se volesse provare un paio di scarpe per verificare che il numero fosse quello giusto, ricevetti una risposta che non ho più dimenticato.

   «I poveri non hanno il numero di scarpe.»

   Sottintendeva qualcosa di molto semplice.

   Ci si adattava a ciò che si trovava.

   Un’altra volta si parlava di una persona alle prese con depressione e ansia.

   Ed eccolo di nuovo, con il suo sorriso, mentre si apprestava a terminare la settimana lavorativa.

   Stava tornando a casa per prepararsi al sabato sera, quando sarebbe andato a ballare.

   A sessantacinque anni si sentiva giovane quanto un adolescente.

   Mi disse:

   «Ai poveri non servono gli psicologi.»

   Una frase brutale.

   Ma anche capace di aprire interrogativi scomodi.

   José, ex alcolista, da oltre trent’anni mette a disposizione alcune aule per aiutare chi cerca di uscire da quella tremenda dipendenza.

   È una persona semplice.

   Ha imparato a leggere e a scrivere dopo i sessant’anni.

   Ci riempì di felicità il giorno in cui prese il giornale dalle mani di mia madre e, orgoglioso di sé, ce lo lesse.

   Mi raccontò che offriva quegli spazi come forma di gratitudine verso chi lo aveva aiutato a liberarsi dalla schiavitù della bottiglia.

   Ed è proprio da qui che voglio aprire una riflessione.

   Quanto sono venuti meno, nelle nostre società opulente, l’ascolto autentico e l’aiuto concreto verso il prossimo?

   A volte, durante un viaggio in treno, capita di imbattersi in persone che sembrano avere un immenso bisogno di raccontarsi.

   E allora sorge spontanea una domanda.

   È davvero diventato così difficile chiedere a qualcuno di cosa si occupi?

   Da dove venga? Se ami viaggiare?

   Quali luoghi conosca? In fondo è proprio questo che manca sempre di più.

   La comunicazione. La volontà di ascoltare l’altro.

   Sui social la maggioranza recita un ruolo.

   Si costruisce un personaggio per apparire interessante o ottenere qualcosa.

   È tutto irreale. Distante. Superficiale.

   I sentimenti, ciò che siamo davvero, vengono camuffati.

   E così si sgretolano quei legami comunitari reali che nascevano in una conversazione in piazza, al bar o con le sedie fuori dalle case.

   Quanto abbiamo sostituito la presenza reale con parole, slogan e buone intenzioni spesso soltanto proclamate?

   Nelle nostre latitudini non si lotta più per la sopravvivenza.

   Eppure, nonostante questo, a volte sembra esserci un disagio persino maggiore rispetto a luoghi dove la povertà è tangibile.

   Dove sanità, scuola, buon cibo e tutto il benessere materiale restano un miraggio.

   Ciò che appare evidente è un’altra cosa.

   L’incapacità di gestire il vivere.

   Dolore. Fallimenti. Solitudine. Incertezza. Morte.

   Tutto questo non trova più quella solidarietà che un tempo nasceva nelle famiglie numerose e in comunità più coese.

   Al suo posto crescono egoismo e individualismo.

   Tratti sempre più tipici delle nostre città.

   Per questo entrano in gioco psicologi e psicanalisti.

   Figure di cui sembra che nessuno riesca più a fare a meno.

   Sembrano lontani i tempi in cui i problemi si affrontavano parlando con familiari, amici o vicini.

   La lotta per la sopravvivenza si è semplicemente spostata.

   Oggi si combatte per avere più like sui social.

   Per apparire con l’abito giusto. La borsa trendy.  Gli occhiali del brand esclusivo.

   Si compete frequentando locali rinomati e seguendo personaggi famosi.

   Oggi va per la maggiore il tennis con Jannik Sinner.

   Le lezioni di yoga o pilates. Il wellness di lusso. Il collezionismo.

   L’arredamento minimalista o il modernariato.

   Non mancano le serie TV di nicchia. I podcast di tendenza.

   L’ultimo trend nato su TikTok. Purché tutto serva a mostrarsi informati.

   È così che molti finiscono per perdere la propria identità.

   Per diventare “cool” si annullano i gusti reali.

   Si smette di capire cosa piaccia davvero.

   E da lì alla sensazione di vuoto il passo è breve.

   Anche i rapporti umani si svuotano di significato.

   Si coltivano amicizie e affetti di facciata.

   Le persone vengono cercate non per stima.

   Ma per il valore d’immagine che possono offrire.

   Per lo status che aiutano a costruire.

   Alla fine si conosce molta gente. Ma senza connessioni autentiche ci si sente profondamente soli.

   Il risultato è rabbia. Fragilità. Crollo emotivo.

   Le città diventano giungle. Si litiga per un nonnulla.

   Cresce l’aggressività tra vicini di casa. In famiglia. Nei luoghi di lavoro.

   Questo stress viene portato ovunque.

   Perfino in vacanza. Nelle occasioni che dovrebbero essere di svago.

   Se qualcosa non corrisponde alle aspettative, esplode la frustrazione.

   Se ne soffre nelle scuole. Negli uffici.

   E spesso la si scarica su chi viene considerato di categoria inferiore.

   Una commessa. Un cameriere. Un impiegato.

   Alla fine viene spontaneo domandarsi se il benessere, da solo, basti davvero a renderci più umani.

   Forse non servono guerre, fame o malattie.

   Ma certamente serve ritrovare quel senso di realtà, di comunità e di presenza che il benessere, da solo, non garantisce.

   Riprendendo il discorso iniziato qui L'Urlo di Munch e l'indifferenza umana: perché non riusciamo a essere davvero umani.

            - Rossana vanderBorg


martedì 16 giugno 2026

Manipolazione psicologica: come il manipolatore ti ruba la libertà senza che tu te ne accorga

Il Baro di Georges de La Tour
Il Baro di Georges de La Tour

Nel quadro Il Baro, il punto centrale è l’inganno emotivo.

La trappola non sono le carte, bensì l’illusione di essere accolto, desiderato e al centro dell’attenzione.

Il giovane ricco e ingenuo, che è la vittima, è la figura luminosa e aperta seduto a destra. È elegante, ben vestito, concentrato sulle carte.

Ha una postura rilassata e non sospetta che l’affetto e l’attenzione che sta ricevendo siano soltanto strumenti per distruggerlo.

È completamente isolato.

Gli altri tre personaggi formano una rete invisibile di sguardi e intese segrete da cui lui è totalmente escluso, pur credendo di trovarsi tra amici.

Nella vita reale è spesso ciò che accade.

La vittima è l’unica a non rendersi conto di quello che la circonda e di ciò che viene messo in atto per sottometterla.

La domanda che in molti si pongono davanti al manipolatore e alla sua vittima è: “Ma come fa a non vedere?”

La risposta è che la vittima non vede l’intero insieme, ma solo una parte della scena.

Può anche cogliere alcuni aspetti che non le aggradano, tuttavia tende a riconoscere soltanto i riquadri piacevoli.

Il manipolatore non è colui che si fa temere o che si presenta come ci si immagina il diavolo, con pelle scura o rossa, corna di caprone, zampe equine e lunga coda.

A volte appare con il volto di una fanciulla dolce, gentile e di buon carattere.

Magari abbandonata da un marito, da un amante oppure da un compagno che le è mancato di rispetto.

Se uomo, potrebbe essere divertente, loquace, oppure introverso e sofferente perché tradito.

Attraverso molti artifici riesce a farsi voler bene.

La paura genera resistenza.

Il bene, invece, abbassa le difese.

Da qui si fa strada un susseguirsi di azioni che porta tante persone ad allontanarsi dagli amici, a ignorare la propria famiglia, affidandosi completamente al manipolatore, fino a prendere decisioni contrarie ai propri interessi.

Verso gli sconosciuti proviamo diffidenza e reagiamo.

Ma se ci s’imbatte in un manipolatore che è riuscito a far abbassare le difese, si diventa estremamente vulnerabili.

Anche persone intelligenti, colte e perfettamente capaci di giudicare finiscono per essere oscurate.

Come fa il manipolatore?

È presto spiegato.

Offre ascolto, attenzione, sicurezza, risposte.

La vittima si sente compresa.

Amici e familiari vengono descritti come persone che non capiscono e che ostacolano la sua felicità.

Il manipolatore diventa l’unica fonte affidabile di verità.

Ogni decisione importante passa attraverso di lui.

Così la persona perde, piano piano, autonomia.

Si arriva perfino a richieste di denaro espresse con sottigliezza.

Nascono investimenti sbagliati, scelte che danneggiano il patrimonio e l’indipendenza.

Quando la vittima ha perso autonomia, serenità, amicizie e perfino denaro, spesso pensa che siano scelte interamente sue.

Passa a dubitare della propria memoria, delle proprie percezioni e persino della propria sanità mentale.

A quel punto si fa strada l’idea: “Forse sono io che sbaglio.”

Vivere sotto pressione, sentirsi giudicati, controllati e a volte colpevolizzati altera il benessere e causa ansia, tristezza e depressione.

Nei cambiamenti sani ci si sente liberi e sereni.

Nella manipolazione si diventa dipendenti, soli e più fragili.

Quel che è molto triste è che la vittima difende con tutte le energie il manipolatore, perché non si percepisce come vittima, anche se tutti se ne rendono conto e non possono far nulla, tanto è stata soggiogata.

La domanda che in tanti si pongono è come la vittima possa consegnare spontaneamente la propria libertà senza accorgersene.

Sigmund Freud, nei suoi studi sulle relazioni asimmetriche, spiegava che il meccanismo non dipende dall’intelligenza, ma da bisogni umani profondi, quali il desiderio di protezione e il bisogno di appartenere a qualcosa. A volte ad una famiglia che è mancata a causa di un divorzio, o separazione.

Carl Gustav Jung sosteneva che quando una persona attraversa una crisi esistenziale diventa particolarmente vulnerabile e, in quel momento, è pronta ad accettare un salvatore, una guida spirituale, un possessore della “vera verità”.

Non possiamo dimenticare Robert Jay Lifton che, studiando i prigionieri della guerra di Corea, formulò una teoria sulla riforma del pensiero.

In essa sottolinea le tecniche usate: il controllo dell’ambiente sociale, l’isolamento di coloro che fino a un istante prima facevano parte della tua vita, la creazione del senso di colpa, l’obbedienza che s’impara giorno dopo giorno e, infine, la convinzione di possedere una verità assoluta.

La manipolazione psicologica non consiste nel convincere una persona a fare qualcosa contro la sua volontà.

Consiste nel modificare, piano piano, la sua percezione della realtà fino a farle credere che quella scelta sia nata dalla sua stessa volontà.

Infatti le vittime non si rendono conto di aver perso la libertà.

Non si sentono costrette, ma libere.

Pensano: “Sto male perché sono fragile, sono ammalato, depresso.”

Non immaginano che ciò possa dipendere da una relazione che le ha svuotate.

Come nel quadro Il Baro, si crea un diversivo che la vittima non nota.

Il manipolatore spesso non controlla il malcapitato con minacce esplicite.

Semplicemente lo colpevolizza.

Non dirà mai: “Devi restare.”

Ma farà in modo che andarsene sembri moralmente inaccettabile.

Il senso di colpa è una delle catene psicologiche più efficaci, perché possiede una caratteristica unica.

Non ha bisogno di sbarre.

La cella se la costruiscono dentro sé stessi.

Ci sono donne che hanno scelto un matrimonio per convenienza economica e che, col tempo, imparano a usare i figli come leva emotiva.

Magari con un marito non funziona, ma con un altro sì.

Figli usati come assicurazione per mantenere status, case belle, ville al mare, denaro facile, cose che forse con il proprio lavoro o provenendo da famiglie non ricche non si sarebbero mai potute permettere.

Infatti crescono facendosi mantenere da uno, due o più mariti o compagni.

Mai che si accasino con poveri.

Bisogna fare attenzione, perché il manipolatore non sempre è un mostro evidente.

Spesso è una persona socialmente rispettabile, perfino fragile in apparenza.

E non sempre manipola con aggressività.

Può farlo anche attraverso il vittimismo.

Ed è questa una delle forme più difficili da riconoscere:

il manipolatore che ottiene potere facendosi percepire come vittima.

La buona notizia è che, per quanto profonda possa essere la manipolazione, la libertà non sparisce del tutto.

Resta sepolta.

Offuscata.

Indebolita.

Ma raramente muore.

Il primo passo per uscirne non è combattere il manipolatore.

È iniziare a guardare con onestà ciò che siamo diventati e domandarsi: da quando la mia serenità dipende così tanto da qualcun altro? Da quando vivo nel timore di deludere, contraddire o perdere qualcuno?

Uscirne è possibile, ma richiede un passaggio doloroso.

Bisogna mettere da parte l’orgoglio.

La paura di dover dare spiegazioni alla società.

Il timore del giudizio di familiari, amici, conoscenti e perfino di perfetti estranei.

Occorre comprendere che chi ci vuole davvero bene continuerà a volerci bene anche davanti a scelte che, agli occhi degli altri o persino ai nostri, possono sembrare drastiche, eccessive o incomprensibili.

Penso ai figli.

A quante volte si rimane intrappolati nell’illusione di proteggerli dalla sofferenza.

Eppure i figli, molto più spesso di quanto crediamo, soffrono di più nel vedere un genitore svuotato, piegato, privo di libertà.

Arriva un momento in cui bisogna trovare il coraggio di guardare l’intero quadro.

Nel momento in cui la vittima torna finalmente a vedere ciò che prima le sfuggiva, il Baro perde il suo vantaggio.

Le carte non cambiano.

Cambia lo sguardo.

Ed è spesso da lì che ricomincia la libertà.

Questo è il naturale proseguimento di quanto abbiamo già iniziato a trattare in Autoinganno e relazioni tossiche e Matrimonio civile un contratto capestro.

Rossana vanderBorg


giovedì 11 giugno 2026

L'Urlo di Munch e l'indifferenza umana: perché non riusciamo a essere davvero umani


L'Urlo di Edvard Munch
L'Urlo di Edvard Munch
«Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò e il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai e mi appoggiai, stanco morto, a una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.»

Munch ha scritto un poema dell'attimo in cui sentì quell'Urlo.

Oltre al dolore provato dal pittore, espresso dal soggetto che urla, ai margini del quadro troviamo due figure del tutto estranee a quell'emozione.

Un'evidente metafora della superficialità dei rapporti umani.

E così funziona la nostra società.

Una moltitudine si lamenta dell'altrui modo di comportarsi, giudica, si sente maltrattata, non rispettata, non benvoluta.

Molti si disperano per relazioni anaffettive, nelle quali credono di dare troppo e ricevere poco.

Vedono negli altri distanza, egoismo e freddezza.

Sono capaci soltanto di vedere la pagliuzza nell'occhio del vicino e non la trave nel proprio.

Si ricordano della sofferenza solo davanti alla malattia, alla morte, a un rovescio economico oppure quando hanno programmato qualcosa per sé e vengono contrariati.

C'è una totale mancanza di sensibilità in quell'essere che si chiama "umano", incapace di vedere che accanto a lui vivono suoi simili.

È così che la vita si snoda come un continuo vincere o perdere, nell'incapacità di trovare un equilibrio che permetta di stare insieme, vedendo negli altri persone che, come noi, conoscono alti e bassi, felicità e tristezza, gioie e dolori.

E trovando nei familiari, negli amici, nei conoscenti e perfino in chi non conosciamo degli esseri che, teoricamente, dovrebbero unire cervello e corpo, dato che in dono abbiamo ricevuto la possibilità di riflettere su noi stessi, sui nostri limiti e sulla nostra mortalità.

È mortificante constatare che l'essere umano trovi spesso un limite alle proprie azioni soltanto nella paura.

Una legge che li punisca. Una religione che li ammonisca. O perdere o guadagnare qualcosa per sé stesso.

Come se l'esistenza degli altri contasse davvero solo quando interferisce con la propria.

E così non riesce mai e poi mai a essere realmente Umano.

Osservo con difficoltà come alcuni trascorrano la propria vita a fregare gli altri, a fare del male, con o senza dolo.

Ha poca importanza.

Spesso accade con una superficialità tale da rendere l'atto comunque cattivo.

La scusa più frequente è l'autodifesa.

È comodo dare il primo schiaffo per paura di riceverlo.

Questo avviene ogni giorno, ai quattro angoli del pianeta.

E volete che poi non ci siano guerre, violenze e che non si arrivi alle degenerazioni?

Bastablablabla, tema già emerso in autoinganno-relazioni-tossiche.

Non resta che rifugiarsi in questo Urlo.

L'urlo che libera quanti non ne possono più di vedere come va il mondo.

- Rossana vanderBorg