venerdì 28 agosto 2026

Quando la vita ci porta dove non avevamo scelto di andare

Strada principale e strade secondarie di Paul Klee
Strada principale e strade secondarie
di Paul Klee
Abbiamo pochissimi momenti nei quali siamo veramente soli con noi stessi.

La vita ci porta continuamente fuori da noi: persone, impegni, rumori, opinioni, aspettative, abitudini. Siamo talmente occupati a vivere che spesso non ci fermiamo abbastanza per capire che cosa stiamo vivendo.

E così possiamo ritrovarci dentro una vita che non abbiamo mai veramente scelto.

Siamo arrivati in quella vita attraverso circostanze, reazioni, ribellioni, abitudini, condizionamenti, persone incontrate, occasioni colte quasi automaticamente.

Una ribellione verso i genitori può averci spinto in una direzione. Una relazione può essere cominciata quasi per caso e poi essere diventata la nostra vita. Un lavoro può essere stato accettato perché sembrava l’occasione giusta. Una città, un ambiente, un modo di vivere possono essere entrati nella nostra esistenza senza che ci sia mai stato un momento preciso nel quale sia scaturita, quasi ad illuminarci, la consapevolezza che fosse proprio quello che volevamo.

Ed è proprio così che possiamo ritrovarci a vivere una realtà che non abbiamo scelto, ma alla quale ci siamo lentamente adattati. Ciò che all’inizio era soltanto una circostanza, una reazione, una ribellione, un’abitudine, finisce per diventare parte della nostra identità.

Eppure dentro di noi cresce un malessere al quale non sappiamo dare un nome: il nostro Io è stato sottomesso lentamente, senza che ce ne accorgessimo.

La realtà conosciuta crea una consuetudine che assomiglia alla verità, pur non essendola.

E quando una condizione dura abbastanza a lungo, anche ciò che ci fa soffrire può diventare familiare. L'idea di uscirne non appare più come una possibilità concreta, ma come qualcosa di estraneo alla nostra vita. È lo stesso meccanismo attraverso il quale possiamo arrivare a non vedere una possibilità che pure esiste, come abbiamo raccontato in E se l'amore fosse la porta che non riusciamo a vedere?.

Quello che impedisce realmente di andare oltre non è sempre la paura di scegliere.

È non riuscire a vedere che esiste una via d'uscita.

Pastori di anime o oratori politici? Chi entra in chiesa cerca Dio, non un partito

Purificazione del tempio di El Greco
Purificazione del Tempio di El Greco

Non è la Chiesa che voglio mettere sotto accusa. Sono i troppi uomini della Chiesa che hanno dimenticato il proprio ruolo.

Sono stati chiamati a essere pastori di anime. E invece troppi di loro sono diventati oratori politici.

Ed è snervante ascoltare vescovi, cardinali, persino papi, pronunciare parole altisonanti e predicare principi che sembrano spesso lontanissimi dalla realtà, dalla logica e dalla vita di ogni giorno che milioni di persone vivono nelle nostre città e nei nostri paesi, quasi che bastasse una dichiarazione solenne per dimostrare la propria bontà.

Parole che suonano bene, che fanno apparire misericordiosi, accoglienti, giusti, ma che troppo spesso sembrano ignorare la complessità della vita concreta e le conseguenze reali che quelle parole possono avere sulla gente comune.

E, dato che parliamo di uomini che hanno studiato e che pretendono di offrire una guida alla società, ci si aspetterebbe anche qualcosa di più della semplice capacità di puntare il dito contro questo o quel politico.

Perché criticare è facile. Più difficile è trovare soluzioni.

Più difficile è confrontarsi con la complessità della realtà, assumersi la responsabilità di un ragionamento, proporre una strada possibile invece di limitarsi a dire ciò che non va.

Non basta dire che una politica è sbagliata: bisogna spiegare come la si cambierebbe.

Non basta indicare il problema: bisogna avere la capacità di cercare una soluzione.

Altrimenti anche la predica diventa soltanto una forma di facile consenso: si critica chi governa, ci si presenta dalla parte dei buoni e ci si attribuisce automaticamente una superiorità morale.

Ma governare, amministrare una città, affrontare la povertà, l'immigrazione, la sicurezza, il lavoro, la solitudine o qualsiasi altro problema concreto significa misurarsi con la realtà, non con gli slogan.

Spesso sembrano studiosi di marketing. Solo che quelli, almeno, sanno vendere il loro prodotto.

E allora, se proprio vogliono entrare nella politica, sarebbe lecito aspettarsi da questi uomini non soltanto giudizi, ma idee; non soltanto accuse, ma soluzioni; non soltanto parole, ma capacità di fare.

domenica 23 agosto 2026

Difendere con tutte le armi la libertà di pensiero e parola dalle moderne censure: Molon Labe

Leonidas di Richard Geiger
Molon Labe, vieni a prenderle, questa fu la risposta di Leonida I durante la battaglia delle Termopili, alla richiesta del re persiano Serse di consegnare le armi.

E' con questa immagine che do il via ad una battaglia per la libertà di pensiero, di parola, che non sia politicamente corretta.

Davanti al vocabolo "supremazia" addiritttura l'intelligenza artificiale rabbrividisce e si ferma, inviandoti un messaggio del tipo: "per il prompt potrebbe violare le nostre politiche sui contenuti. Se ritieni che si tratti di un errore, riprova o modifica il prompt."

Siamo arrivati al punto che una macchina possa decidere di bloccarti se scrivi qualcosa che non segua delle regole. Regole decise da chi? In teoria non dovrebbe esserci un filtro linguistico a decidere quali idee siano legittime o meno da discutere. E però l'evidenza è un'altra.

Tutto sta ad indicare che sempre più siamo controllati e bachettati.
Diventerà impossibile disquisire una tesi che non sia stata prima decisa  se corretta o meno da qualche ignobile personaggio. 

Faccio un esempio: Se si discuterà di storia, cultura, civiltà, idee, sarà tutto preventivamente appiattito con formule moralistiche. Neanche per puro gusto della oratoria, sapete quella nobile arte di parlare in pubblico, che hanno visto la maestria di Aristotele e Cicerone, sarà tollerata, Se vorrai sostenere una tesi sulla preminenza di una tradizione culturale, non si potrà discuterla nel merito, attingendo a argomenti storici per poi magari obiettare. No Signori, non lo si potrà fare.

Se per puro gusto dialettico vorrai sostenere che la popolazione A è intellettualmente superiore alla popolazione B, bloccati immediatamente, non potrai neanche lontanamente proporla una frase del genere. 
La parola “superiore” verrà immediatamente trasformata da termine da discutere in un'indicazione di colpevolezza.
Quindi se quello era l'approccio per dimostrare che nel periodo X, la civiltà A produsse risultati scientifici e filosofici maggiori della civiltà B, dovrai ricorrere ad una frase strutturata in forma diversa per non ricevere sulle dita la verga del maestro di turno. 

Siamo alla follia.

giovedì 20 agosto 2026

Giovani, tocca a voi: cosa resta della politica prima del baratro?


Effetti del buon governo in città
di Ambrogio Lorenzetti
Dall’entusiasmo giovanile per la politica, si passa a schifarsi e al venir meno dell’idea che si possa migliorare la propria città o il proprio Paese.

Si scopre che, se non hai degli esseri umani che alla politica si avvicinano e il cui interesse non sia solo personale, di vanagloria o degli utopici idealisti, perderci del tempo a parlarne, scriverne, a volte dannarsi, non vale quasi la pena.

Inutile tediare con il suo significato greco: il vocabolo politica nasce dalla polis, la città-Stato, dalla comunità dei cittadini. Per Aristotele la comunità politica non esiste semplicemente per permettere agli uomini di vivere, ma per permettere loro di vivere bene. La politica, dunque, nasce già legata a una domanda molto concreta: come si organizza una comunità perché persone diverse possano vivere insieme e perseguire un bene comune?

Abbiamo approfondito in Democrazia e pensiero critico: quando il voto decide il destino di una nazione l’importanza del voto. E qui pare che cadiamo in contraddizione volendo mettere sotto le suole delle scarpe la “politica”.

Non è così.

Ma alla bellissima immagine della coppa di vino, il kylix, di quell’articolo che regala l’emozione di vedere un cittadino ateniese affidare il proprio voto dentro un urna, oggi fa da contraltare una realtà evidente: la politica sembra essere diventata tutto tranne che l’arte di vivere insieme.

Per lo più appare come un artificio per farsi gli affari propri, quelli dei propri accoliti, del proprio partito, della propria carriera. E quando non è questo, rischia di diventare il terreno degli utopici, di chi immagina società perfette senza fare i conti con la complessità degli esseri umani.

Eppure governare dovrebbe significare altro.

martedì 18 agosto 2026

La vera vecchiaia non è negli anni, ma nella paura di vivere

A volte succede che, mentre ascolti una calda voce che ti riempie l’animo di gioia, che ti fa vibrare come le corde di una chitarra suonata con maestria, ti arrivi un messaggio che parla di vecchiaia. E proviene magari da chi ami profondamente.

E allora guardi il cantante, con i suoi capelli bianchi, e pensi a quanto la vita tolga e dia, e non solo quando le cose che succedono sono al di fuori del nostro controllo.

Perché c’è una cosa sulla quale forse dovremmo interrogarci più spesso: quanto della nostra vita abbiamo lasciato decidere alla paura? Quante volte abbiamo rinunciato a qualcosa che desideravamo, non perché fosse impossibile, ma perché ci sembrava più semplice restare dove eravamo? E quante volte abbiamo confuso la prudenza con la rinuncia, la tranquillità con la felicità, l’abitudine con una vita che avesse davvero qualcosa da raccontare?

E allora viene da chiedersi se sia la superficialità con la quale attraversiamo ciò che la vita ci offre, senza riuscire a coglierne davvero il valore, oppure la paura di cose che, in proporzione a ciò che tralasciamo, sono come una goccia d’acqua rispetto all’oceano.

Riprendo una frase già scritta in un articolo precedente: «Quello che impedisce realmente di andare oltre, allora, non è sempre la paura di scegliere: è non riuscire a vedere che esiste una via d’uscita».

E se l'Amore fosse la porta che non riusciamo a vedere?

La vecchiaia, allora, non è soltanto una questione di anni. È quando la paura comincia a scegliere al posto nostro. Dovremmo ricordarcelo ogni volta che siamo tentati di rinunciare, perché non sia la vigliaccheria a decidere della nostra vita.

«La giovinezza non è un periodo della vita; è uno stato della mente», scriveva Ullman. È una disposizione interiore fatta di entusiasmo, curiosità, speranza, fiducia e desiderio di futuro.

Victor Hugo, non da meno, decantava: "S'increspa la pelle, ma non l'anima. Il cuore non ha rughe."

sabato 15 agosto 2026

E se l'amore fosse la porta che non riusciamo a vedere?

Psiche apre la porta del giardino
di Cupido di John William
Waterhouse

La domanda sorge spontanea: perché Psiche varca con esitazione la soglia per entrare nel giardino di Amore?

In effetti noi cresciamo di età, ma rimaniamo dei bambini spaesati quando dobbiamo affrontare una realtà sconosciuta. Si può essere coraggiosi di fronte a tante situazioni e, tuttavia, non sempre riusciamo ad affrontare con spavalderia ciò che ci capita, l'insperato, o semplicemente ciò che non conosciamo.

Platone lo aveva già raccontato con il mito della caverna: ciò che non abbiamo mai visto non entra nemmeno nell’orizzonte delle nostre possibilità.

Una soglia separa due mondi. Da una parte c'è ciò che si conosce, con le sue sicurezze, le sue sofferenze, le sue abitudini. Le catene che  convincono che sia troppo tardi possono essere fatte di problemi economici, del giudizio degli altri, della paura di cambiare casa, quasi che nella vita tutto fosse eterno e potessimo portarci appresso per sempre i nostri beni materiali. Dall'altra c'è qualcosa che non si può prevedere.

mercoledì 5 agosto 2026

Chi ha firmato l'atto di proprietà della Terra?

Mandorlo in fiore di Vincent van Gogh
Mandorlo in fiore di Vincent van Gogh

A volte è necessario introdurre un argomento difficile con una nota di leggerezza. Per questo ho scelto il Mandorlo in fiore di Vincent van Gogh, uno dei primi alberi che annunciano la primavera. Nel dipingerlo, il suo intento era rappresentare la vita che, anno dopo anno, si rinnova. Quel momento di rinascita e di speranza senza il quale l'esistenza stessa cadrebbe nella disperazione.

Poi basta distogliere lo sguardo da quei fiori e osservare la realtà circostante.

Ci siamo abituati a definirci Homo sapiens: l'uomo sapiente. Ma basta guardare ciò che lasciamo dietro di noi per domandarci se quel nome ce lo siamo davvero meritato.

Siamo oltre otto miliardi. Una presenza che non si limita ad abitare il pianeta: lo trasforma, lo consuma e troppo spesso lo impoverisce. Abbattiamo foreste, prosciughiamo fiumi, estinguiamo specie, alteriamo il clima e continuiamo a raccontarci che tutto questo sia il prezzo inevitabile del progresso.

La domanda, allora, è semplice.

Chi ha firmato l'atto di proprietà della Terra?

Chi ha stabilito che la nostra specie valga più di tutte le altre? Chi ci ha conferito il diritto di decidere del destino di milioni di esseri viventi soltanto perché abbiamo imparato a costruire macchine, scavare miniere o lanciare satelliti nello spazio?

La cosa sorprendente è che filosofi, religioni e culture lontanissime tra loro sembrano arrivare tutti alla stessa conclusione.

L'uomo non è il proprietario della Terra.

È uno dei suoi ospiti.

domenica 2 agosto 2026

Perché il pensiero critico dà fastidio


La barca dei folli di Hieronymus Bosch
La domanda viene spontanea, perché non sembra più un problema avere o meno la libertà di parola. 

Il vero problema sembra essere quanto possano infastidire la cultura, il valore della conoscenza e il rifiuto di seguire la massa.

Quello che domina e viene premiato è la superficialità. Chi sceglie di non adeguarsi viene spesso guardato con malcelato fastidio.

Mi vengono in mente alcune riflessioni che, probabilmente, oggi farebbero bollare i loro autori come sapientoni o pedanti.

«Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo all'universo ho ancora dei dubbi.» — Albert Einstein

«Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.» — Bertrand Russell

Oggi basta esprimere un dubbio, rifiutare il conformismo o difendere il valore della cultura perché si venga considerati superiori, presuntuosi o, semplicemente, "di quelli che se la tirano". 

Ma è davvero così?